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Questo inizio d'anno ha visto finalmente la luce, dopo una lunga attesa e per meritoria iniziativa di
Einaudi, la traduzione dell'
Ulisse di
Joyce del grande narratore
Gianni Celati.
Non voglio entrare nel merito - che lascio ai critici o agli aspiranti tali - se si tratti di una traduzione più o meno buona, perché lo trovo secondario.
Per come la vedo io, chi ama questo libro non può che essere contento fin nel profondo che gli sia data un'altra possibilità di leggerlo, di percorrerne - seppur in modo leggermente diverso - le stesse strade, sentire gli stessi suoni (perché, come dice benissimo Celati nell'introduzione questo "è un libro sentito e sostenuto da quella speciale percezione che è la musica"), riconoscere volti che hanno una ruga sistemata più in su o in giù, una ciocca di capelli più spettinata, un vestito più sgualcito, ma che sono sempre loro.
Li riconosci perché te li ricordi, ma ti sembrano diversissimi, poi vai a confrontare la versione precedente, quella su cui all'università hai sudato per quell'esame di letteratura inglese e... meraviglia, scopri che le differenze non sono poi così eclatanti.
Devi fartene una ragione, il libro è lo stesso, eppure...