venerdì 29 maggio 2009

LA LUNGA ESTATE TURCA

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Sembra ormai che l'estate sia arrivata, anche ad Amburgo. Gli uccellini cinguettano fra i rami degli alberi, la scuola sta per finire e lasciare spazio al tempo dilatato delle vacanze. Solo Daniel, timido insegnante di fisica, ha qualcos'altro a cui pensare: le sei settimane di noia mortale che lo attendono. Nessun piano per le vacanze e nessuna ragazza che renda più sopportabile la mancanza di cose da fare. Un giorno, in un mercatino, Daniel compra un anello su cui è raffigurato il simbolo azteco del sole. La ragazza che glielo vende, Juli, gli giura che vale ogni centesimo che costa perché l'anello in questione garantisce a chi lo porta una grande fortuna in amore. Tutto quello che Daniel deve fare è cercare una ragazza che indossi lo stesso simbolo. La sera stessa, a una festa, Daniel conosce una bella ragazza turca, Melek, e scatta il colpo di fulmine. Anche perché lei porta addosso proprio il simbolo del sole (nel frattempo, Juli, che si era procurata anche lei una maglietta raffigurante un sole per far colpo sul professorino, ci rimane male). Melek, però, sparisce nella notte. Daniel riesce a ricordarsi che la ragazza gli ha parlato di un incontro importante che aveva a Istanbul. Decide di partire, ma chi incontra per strada mentre fa l'autostop? Nientemeno che July stessa. La carica a bordo e inizia così un viaggio che li porterà fino a Istanbul attraverso l'Europa sud-orientale. Durante il percorso succederà di tutto: Daniel perde macchina, documenti e bagagli. Anche July lo lascia e lui si ritrova al confine turco senza passaporto e con un'altra ragazza turca che trasporta nel baule dell'auto il cadavere del nonno morto in Germania. E quella storia dell'anello che fa trovare l'amore era tutta una bufala?
Questa, in breve, la trama di IM JULI, il road movie di Fatih Akin che Alpe Adria Cinema propone ai suoi soci il 3 giugno al Cavò_rifugio videoespositivo. Tedesco di seconda generazione, nato ad Amburgo nel 1973 e di origini turche, Fatih Akin esprime nelle sue pellicole un mondo sinuoso e delicato, poetico e al tempo stesso ironico e crudo. Racconta conflitti culturali, identità violate, vite on the road, aspri drammi quotidiani. Il suo non è solo cinema d'emigrazione, sebbene nelle sue opere il distacco tra la patria d'accoglienza e quella d'origine sia sempre un tema forte e sentito. Nelle strade brulicanti della Germania, nei vicoli bui, nei silenzi e nei rumori sconfinati, sembrano rivivere le bellezze e le contraddizioni della Turchia. Anche in questo Im Juli, del 2000, dietro l'intreccio della storia d'amore si ritrova la riflessione sulle radici, che per Akin sono sempre da riscoprire. Ormai più che affermatosi a livello internazionale, Akin ha studiato comunicazione visiva all'Accademia di Belle Arti di Amburgo. Il primo corto Sensin - Du bist es! (1995) vince il premio del pubblico al Hamburg International Short Film Festival. L'esordio nel lungometraggio arriva nel 1997 con Kurz und schmerzlos (Short Sharp Shock), un puzzle denso e colorato sulle vite di tre immigrati (un turco, un serbo e un greco) ad Amburgo. Il film ottiene il Pardo di Bronzo al Festival di Locarno e il premio come miglior esordiente ai Bavarian Awards di Monaco. Dopo Im Juli (2000) gira Wir haben vergessen zurückzukehren (I Think About Germany: "We Forgot to Go Back" , 2001), un progetto molto intimo, documentario sul ritorno dei genitori del regista dalla Germania alla Turchia, che diventa pretesto per esplorare sentimenti comuni a tutte le persone lontane dalla propria casa, non necessariamente quella d'origine. Solino (2002) è un'altra storia di immigrazione, questa volta di una famiglia pugliese trasferitasi a Duisburg negli anni '60. Nel 2003 il regista fonda con l'amico Klaus Maek una piccola casa di produzione, la Corazón International. La società realizza i suoi film, supporta e co-produce il debutto alla regia del turco Oezer Kiziltan, Takva - A Man's Fear of God (2006), diventa partner del documentario italiano Uomini d'onore (Francesco Sbano, 2006) e di Mamorosh del serbo Moma Mrdakovic. È il preludio al successo internazionale che Akin ottiene nel 2003: La sposa turca (Gegen die wand, Head-On) vince l'Orso d'Oro al Festival di Berlino. Il film è un dramma interetnico che si muove tra la difficoltà di rimanere fedele alle tradizioni e la voglia di abbracciare il nuovo. Un film spigoloso e al tempo stesso delicato, che trova un punto d'equilibrio tra le pulsioni mélo di Fassbinder (cui Akin viene paragonato fin dai primi lavori), la stralunata comicità di Kaurismaki e Kusturica, la coralità polifonica dei perdenti di Jim Jarmusch, un riferimento mai nascosto dall'autore. Il tutto è sottolineato dagli intervalli musicali di una immobile banda che suona sulle rive del Bosforo. Ed è proprio la musica al centro del successivo Crossing the Bridge - The Sound of Istanbul (2004). Presentato con successo a Cannes e in moltissimi altri festival in giro per il mondo, il film segue il compositore Alexander Hacke, esponente dell’avanguardia musicale tedesca negli Einstürzende Neubauten, che ripercorre il viaggio che fece in Turchia per scrivere la colonna sonora della Sposa turca. Le emozioni, i rumori, i colori di una metropoli che segna non il confine ma l’incontro fra Oriente e Occidente, e soprattutto le sue melodie, fra psichedelica, black music turca, hip hop, street music e breakbeat, fino alla musica popolare turca, alla tradizione kurda, alla danza dei dervisci. Il ritorno alla fiction è del 2007 con Ai confini del Paradiso (Auf der anderei Seite, The Edge of Heaven), miglior sceneggiatura al Festival di Cannes. Sei personaggi che si incrociano, tra Amburgo, Brema, Istanbul, Trabzon, sradicamento, confusione esistenziale, solitudine. Attualmente, Akin sta lavorando a una commedia, Soul Kitchen, e a un documentario, Garbage in the Garden of Eden, un lavoro sulle peripezie di un paesino sulle sponde del mar Nero che rischia di diventare un'enorme discarica a cielo aperto.

questo post viene pubblicato in contemporanea su Cavò, il blog-rifugio di Alpe Adria Cinema

TALES FROM THE GOLDEN EAST

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Si è concluso domenica scorsa il Festival di Cannes. Quest'anno il premio "Un certain regard" va alla Grecia con Kynodonthas - Canini, di Yorgos Lanthimos. Al romeno Corneliu Porumboiu il premio della giuria. Molto forte il debutto del serbo Vladimir Perišić con Ordinary People. La Romania convince, la Serbia sorprende, ma è la Grecia per una volta a vincere. Kynodonthas - Canini di Yorgos Lanthimos ha ricevuto il premio della sezione "Un certain regard", mentre il romeno Politist Adjectiv di Corneliu Porumboiu (“A est di Bucarest”) si è dovuto accontentare del premio della giuria. Quest’ultimo film, una storia su cosa sia la giustizia e sulla responsabilità individuale, avrebbe meritato il concorso. Ha però avuto il premio Fipresci per la stessa sezione, molto interessante, parallela alla competizione principale (dove non c’erano pellicole dell’area balcanica). […] Corneliu Porumboiu ha confermato il proprio valore con una pellicola forte, universale, che conferma lo stile del film precedente (piani sequenza lunghi, dialoghi sottilmente ironici) ma con temi diversi. Ora è la confusione morale, della Romania ma anche del mondo intero, l’oggetto d’osservazione del regista. Cristi (Dragos Bucur) è un giovane poliziotto che ha l’ordine di arrestare un ragazzino di famiglia borghese che ha “offerto” hashish a due compagni di scuola. Il suo capo (Vlad Ivanov) vuole che lo becchi in flagranza di reato. Cristi osserva i ragazzi, indaga, cerca prove per risalire ai trafficanti e non vuole intervenire colpendo chi consuma droga. “Le leggi stanno cambiando come è già successo nel resto d’Europa, e io non voglio avere sulla coscienza la colpa di aver rovinato la vita a dei ragazzi”, ragiona. L’ufficiale vuole che sia rispettata la legge in vigore (“Uno stato di polizia? Ah ah, tutti gli stati sono stati di polizia” lo deride) e in un lungo faccia a faccia sembra convincerlo con il suo cinismo spietato. Il fatto è che tra i due manca un linguaggio comune, danno alle parole significati diversi: il discorso del poliziotto è più vicino al pensiero dello spettatore comprensivo e dalla mentalità aperta, quello del maggiore in grado più rispondente alle definizioni del vocabolario. Il risultato è spiazzante. E il linguaggio cinematografico scelto da Porumboiu è il valore aggiunto del film. […] Cristian Mungiu, l’altro regista romeno incluso nel "Certain regard", ha confermato grande intelligenza, oltre alle capacità registiche e di scrittura. Dopo l’exploit di “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” ha evitato di sottoporsi a un esame vero, portando a Cannes un film a episodi diretti con altri quattro registi (solo Costantin Popescu era noto all’estero per il corto “Smiling Yellow Face”). Tales from the Golden Age è un insieme di barzellette ambientate negli ultimi anni dell’era Ceausescu con famiglie che cercano di arrangiarsi come possono. […] Molto forte il debutto del serbo Vladimir Perišić con Ordinary People, inserito nella "Semaine de la critique". Siamo in un luogo non specificato dell’ex Jugoslavia all’inizio della guerra. È mattina presto, un bus trasporta un gruppo di sette soldati di un reparto speciale verso una destinazione sconosciuta. Tra loro la ventenne recluta Dzoni, che dopo il servizio militare è rimasto nell’esercito per non restare disoccupato. Fa caldo, i soldati aspettano tra edifici abbandonati e prati assolati senza riuscire a capire quale sia la missione. Dopo una lunga attesa, arriva un altro bus, carico di giovani da uccidere a sangue freddo, come un plotone d’esecuzione. A fatica tutti fanno il loro “dovere”, anche l’impaurito Dzoni. Quando arriva il secondo turno la scena si ripete. Più avanti il giovane dovrà superare la prova “di maturità” uccidendo un ragazzino che prova a ribellarsi. Sono persone comuni che hanno perso all’improvviso l’innocenza e sono diventate strumenti del male. La sera il bus carica di nuovo i soldati, ma un’interruzione della strada li blocca in un villaggio. Dzoni e poi gli altri rifiutano di aiutare un altro reparto nell’eliminare i nemici adducendo la stanchezza. La speranza di una catarsi, che i giovani recuperino la loro umanità dopo essersi piegati alla follia assassina. Perišić lo rende con pochi dialoghi, scene scarse, spiegazioni essenziali e una violenza mostrata e raccapricciante ma senza alcun compiacimento. (fonte: l'articolo, di Nicola Falcinella, è tratto da http://www.osservatoriobalcani.org)

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giovedì 21 maggio 2009

TRACCE DI MURO: SULLE ALI DELLA TRABI

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È di qualche giorno fa la notizia che la Trabant, uno dei simboli della DDR, tornerà in produzione. Un modello della nuova auto, che fu progettata e messa in produzione negli anni ‘50 dalla casa automobilistica Sachsenring Ag nell’allora Repubblica Democratica Tedesca, sarà presentata in grandezza naturale alla fiera internazionale dell’auto di Francoforte, la Iaa, secondo quanto ha rivelato un portavoce dell’azienda «Herpa», Daniel Stiegler. Sembra incredibile, eppure in questo periodo di crisi pare che l’immaginario conti più del bisogno reale e che l’Ostalgie, la nostalgia per lo stile di vita della DDR, stia dando frutti insperati sul lungo periodo. A Berlino è ora possibile trovare negozi specializzati che vendono solo prodotti della Germania Est (quelli che nel film Good Bye Lenin! nessuno vuole più e che il protagonista si affanna a recuperare per far credere alla madre uscita dal coma che il Muro non sia ancora caduto). Questo nuovo “mercato della memoria” si preannuncia molto redditizio: la nuova Trabi sarà infatti tutt’altro che economica, si parla di un prezzo che oscillerà fra i 20 e i 30 mila euro (la tecnologia è Bmw e molto dipenderà dagli optional) e sarà lunga quattro metri, uno in più del modello originale, la 601, entrata originariamente in produzione nel 1964 (molte notizie storiche sull’autovettura si trovano su questo bel sito dedicato).
A puntino arriva quindi il film che Tracce di Muro propone lunedì 25, sempre al Cinema Ariston di Trieste: GO TRABI GO! di Peter Timm, Germania 1991. Trattasi di commedia leggera e divertente che però racconta una fase di passaggio importante e che rientra a pieno titolo nel movimento di rinascita del cinema popolare che ha caratterizzato i primi anni del cinema tedesco dopo la caduta del Muro. Parliamo della stesso filone della “nuova commedia tedesca”, il cui sotto-filone delle “commedie della riunificazione” ha prodotto, in anni più recenti, film come Good Bye Lenin! Ma torniamo al film di Timm. Siamo nell'ex Germania est, poco dopo la caduta del Muro. Il massimo per gli "Ossis" (termine colloquiale per indicare i tedeschi dell'Est) è, oltre alla nuova macchina occidentale, un viaggio verso il Sud pieno di sole. Lo stesso vale anche per la famiglia Struutz. Ed è così che Udo, Rita, Jacqueline e "Schorsch" (ovvero la Trabi di famiglia) partono in direzione di Napoli. Già a metà strada la famiglia in viaggio per l'Italia deve però constatare che una Trabant in realtà non è fatta per coprire lunghe distanze. E anche per il resto, nel paese meta della vacanza, molte cose sono diverse rispetto a casa propria. Udo, il capo-famiglia, fra una lettura e l'altra del Viaggio in Italia di Goethe (!) avrà il suo bel daffare a proteggere macchina, moglie e famiglia dai "pericoli" del Bel Paese. Interessante, in questo senso, anche vedere come veniamo rappresentati noi italiani e il nostro paese in un film pensato appositamente per il pubblico tedesco da poco riunificato.
Peter Timm, il regista, è nato nella Germania Est nel 1950. Nel ’76, si è trasferito a Francoforte, dove ha cominciato a fare lo scrittore, l’attore e il regista. La vera svolta di carriera è però arrivata dopo la partecipazione agli spettacoli di cabaret del "Karl Napps Chaos Theater". Oltre a Go Trabi Go, ha realizzato diversi film, fra cui Fifty Fifty (1988), Manta - der Film (del 1991, una specie di contraltare del film sulla trabi, perché parla dell’auto simbolo della Germania occidentale), Einfach nur Liebe (1993), Dumm gelaufen (1996), Der Zimmerspringbrunnen (2001), Mein Bruder ist ein Hund (2004).

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