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domenica 20 settembre 2009

CARMEN MEETS BORAT

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Capita, a volte, che al di fuori del circuito televisivo e delle sale si riesca a insinuare qualche film straniero particolarmente curioso. Spesso, è il caso di documentari particolari che trattano temi di particolare rilevanza sociale o che sanno raccontare una storia in modo particolarmente originale, divertente o diversa dal solito, capaci di entrare nel cuore del pubblico dei festival. Questo è un po' il caso del documentario girato dalla regista Mercedes Stalenhof in Romania, CARMEN MEETS BORAT. Presentato in anteprima italiana a gennaio al Trieste Film Festival, successivamente al Tekfestival di Roma e recentemente al festival della Lessinia (dove ha vinto il primo premio). Il film racconta la storia di Carmen, diciassettenne di Glod, uno sperduto villaggio gitano sulle montagne romene. La ragazza lavora nel bar del padre e viene corteggiata da Christi. Sogna però un futuro migliore altrove, di sposare l’uomo dei sogni e condurre una vita ricca e fantastica. Quando un uomo di nome Borat (proprio lui, non avete letto male) e la sua troupe arrivano in paese, tutti gli abitanti collaborano perché credono che stiano girando un documentario. Anche il padre e il nonno di Carmen fanno una comparsata nel film, ma dal momento che nessuno di loro capisce l’inglese, non sospettano nemmeno lontanamente di cosa si tratti. Non appena scoprono che il loro villaggio è stato fatto passare per kazako e che nel film Borat li chiama “prostitute”, “ladri” e “abortisti”, capiscono di essere stati presi in giro e si sentono oltraggiati. Quando due avvocati stranieri, un americano e un tedesco, arrivano a Glod e convincono il padre, il nonno di Carmen e il sindaco a fare causa alla Twentieth Century Fox per 30 milioni di dollari, l’atmosfera nel villaggio cambia di punto in bianco. Le persone si rendono conto che presto potrebbero diventare molto ricche e cominciano a fantasticare su quello che potrebbero fare con tutti quei soldi. All’improvviso, anche Carmen vede davanti a sé un futuro radioso: diventerà ricca e non avrà bisogno di lasciare famiglia e amici. Il paese diventerà un bel posto dove vivere e, in fondo, anche la prospettiva di sposare Christi non sembra poi così male. Ma la vera domanda è: il villaggio vincerà la causa? Come cambierà la vita dei suoi abitanti? E Borat finirà con lo scusarsi?



Il documentario, come si diceva, è stato realizzato da Mercedes Stalenhof. Nata nel 1966, si è laureata in storia dell’arte nel 1992 presso la Rijksuniversiteit di Leiden, nei Paesi Bassi. Dopo aver realizzato diversi filmati per la sezione dei Paesi Bassi di Amnesty international, Mercedes ha iniziato a scrivere e a realizzare cortometraggi e documentari. Carmen Meets Borat è stato presentato all’IDFA di Amsterdam, appuntamento festivaliero irrinunciabile per gli amanti del documentario.

sito ufficiale del film: www.carmenmeetsborat.com

questo post viene pubblicato in contemporanea su Cavò, il blog-rifugio di Alpe Adria Cinema

giovedì 7 maggio 2009

Tekfestival 09 ovvero il cinema che non c'è

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Parte a Roma oggi 7 maggio, dove continuerà fino all'11, l'ottava edizione del “Tekfestival. Ai confini del mondo....dentro l'Occidente”. Si tratta di un festival, per dirla con le parole degli organizzatori, "che porta avanti un lavoro di ricerca e confronto di visioni provenienti da alcuni dei principali Festival internazionali di Cinema oltre alle proposte di autrici, autori e produzioni indipendenti che sostengono il Festival presentando spontaneamente i propri lavori. La selezione riflette le anime del festival, in cui le diverse idee di cinema si nutrono della capacità di raccontare qualcosa del reale e/o del necessario: le conflittualità e le guerre permanenti, le precarietà della vita, le migrazioni, le società post-coloniali, le memorie, il tabù dell'emozione, le risorse creative messe in campo per ovviare a traiettorie di accesso negato".
Siamo d'accordo con Roberto Silvestri, che su Alias di domenica 3 maggio parla di un'occasione per orientarsi nel "cinema che non c'è" ovvero quello che c'è, ma che non si vede da nessuna parte. Scorrendo il programma, notiamo con piacere che il Tekfestival ha in comune con il Trieste Film Festival questa passione per il cinema "nascosto". A Roma, infatti, verranno riproposti alcuni dei titoli già presentati a Trieste in gennaio, dove il "cinema invisibile" fa la sua apparizione ormai da 20 anni davanti a un fortunato pubblico cittadino e regionale. Nell'ambito della sezione "Pericolosamente ad est" ritroviamo infatti il film di chiusura del festival, The World is Big and Salvation Lurks Around the Corner, di Stephen Komandarev, una co-produzione internazionale con il famoso attore Miki Manojlovic, che ha divertito il pubblico triestino con la sua carica vitale e l'ambientazione (anche se solo in parte) triestina, ma anche Lopott ritmus (Hipi-Hopi) di Martin Szecsanov, un mockumentary sull'improbabile ascendenza ungherese nientemeno che dell'hip hop, presentato nella nuova sezione dedicata ai documentari musicali dal centro-est Europa "Muri del suono". Per la "rassegna di cinema delle donne" ritroviamo invece il film di Helke Sander, Die Allseitig reduzierte personlichkeit - Redupers (La personalità generalmente ridotta), una pellicola del 1977 che racconta la vita quotidiana di una fotografa freelance che deve gestire lavoro, casa e una bimba piccola e che si chiede quale sia il ruolo della donna nella gestione degli affari pubblici. In un'altra sezione, "1989-2009: la memoria del presente è la visione" troviamo due cortometraggi di un altro regista tedesco, Gerd Conradt, Ein-Blick e Fernsehgrusse von west nach ost, che sono stati presentati, insieme al film della Sander e alla presenza dei due autori (qualcuno ricorda Conradt ballare scatenato sul dance floor del Teatro Miela in una delle serate?) nell'ambito dell'omaggio "Tracce di Muro: per una memoria visiva e sonora del Muro di Berlino a 20 anni dalla sua caduta", prima tappa del percorso che ora sta continuando con la rassegna "Tracce di Muro. Berlino 1961-1989". (a lato Gerd Conradt, Elfi Reiter -al centro- e Helke Sander durante la serata Tracce di Muro). E poi ancora Rata nece biti, il documentario-fiume di Daniele Gaglianone sulla Bosnia, che ha vinto recentemente il David di Donatello, anch'esso documentario fuori concorso al TFF, dove Daniele è rimasto per tutta la durata della manifestazione, gradito ospite e membro della giuria del concorso documentari, dove gareggiava anche il docu di Mercedes Stalenhof Carmen Meets Borat, in programma al Tekfestival. Last but not least, Diorthosi, il bellissimo film di Thanos Anastopoulos (nella foto sotto durante l'incontro con stampa e pubblico), che vede un moderno Ulisse vagare per le strade di un'Atena contemporanea, lontana anni luce dal mito e dall'immaginario classico della città, ma vicina alle cronache che giungono dalla Grecia negli ultimi mesi. Il film "rientrava" in ben due sezioni, il concorso lungometraggi e la rassegna "Cinema greco. Film dal margine", una delle primissime (forse la prima?) rassegna in Italia ad affrontare con sistematicità e puntualità il panorama del cinema greco contemporaneo.
Cinema invisibile, certo, ma presente in alcune di quelle che Silvestri definisce giustamente "isole". Cinema che a volte riesce a uscire da questo arcipelago di festival piccoli e meno piccoli che, mossi da passione e dedizione, con fatica riescono a portarlo nelle sale, com'è il caso del bellissimo Tulpan di Sergej Dvorcevoj anch'esso in concorso al TFF, dove è passato in anteprima italiana ben prima che la stampa nazionale e la rete si accorgessero della sua esistenza.
Cinema difficile da trovare nelle isole festivaliere italiane, ma che vale la pena di cercare, vedere, amare.

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