Volentieri segnalo questa bellissima e originale iniziativa degli amici dell'associazione S/paesati di Trieste: da giovedì 18 novembre viene introdotta la pratica del “caffè sospeso” nei bar di Trieste grazie al sostegno di Illy caffè.
Da dove nasce l'espressione “caffè sospeso”? Nei bar di Napoli, quando una persona era particolarmente felice perché aveva qualcosa da festeggiare oppure perché aveva iniziato bene la giornata, beveva un caffè e ne pagava due, per chi sarebbe venuto dopo e non poteva permetterselo. Era un caffè offerto …. all’umanità. Di tanto in tanto qualcuno si affacciava alla porta e chiedeva se c’era “un caffè sospeso”…. e spesso riceveva in cambio oltre al caffé anche un sorriso.
Anche a Trieste è ora possibile fare la stessa cosa. Chi se la sente potrà offrire un caffé a chi verrà dopo. E chi desidera un caffé ma non può pagarlo, potrà trovarne uno regalato dalla persona che prima è passata di là.
L'iniziativa si collega alla RETE DEI FESTIVAL DEL CAFFE' SOSPESO, che riunisce festival come S/paesati-eventi sul tema delle migrazioni di Trieste, Riaceinfestival, Lampedusainfestival, Valsusa Filmfest, Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, Film Festival sul Paesaggio di Polizzi Generosa in Sicilia, e Marina Café Noir - Festival di Letterature Applicate di Cagliari. La rete è nata allo scopo di offrire spazi culturali liberi, articolati, con una particolare attenzione per la distribuzione dei documentari, come si può offrire un caffè ad uno sconosciuto, lavorando in rete, distribuendo informazioni e testimonianze nei punti più remoti, con uno spirito di solidarietà che ricorda quello del “caffè sospeso.
Per ora, potrete trovare e offrire un “caffè sospeso” nei seguenti bar di Trieste: Caffè Teatro Miela (Piazza Duca degli Abuzzi 3), Bar Cavour (corso Cavour 3), Bar X (via Coroneo 11), BarFerrari (via S. Nicolò, 18), Buffet da Siora Rosa (piazza Ortis 3), Caffé Trieste (Via Ghega 19/B), Bar Buffet Voltolina (Viale XX settembre, 18).
Per saperne di più sui soggetti che compongono la rete:
Arriva anche a Trieste “DUE VOLTE GENITORI” di Claudio Cipelletti, il film che racconta racconta attraverso la testimonianza dei genitori il momento della rivelazione della omosessualità dei figli.
“Mio figlio è come io lo penso?” Prima o poi ogni genitore, a causa di piccoli o grandi motivi, si è trovato di fronte a questo interrogativo. Due volte genitori entra direttamente nel cuore delle famiglie nel momento critico della rivelazione dell’omosessualità di un figlio/a. Attraverso un delicato lavoro di ascolto, il film indaga questo percorso tra le aspettative disilluse dai figli e l’accettazione, al di là dell’omosessualità in quanto tale, della propria rinascita come genitori. Dopo lo smarrimento, il senso di perdita e di colpa, poco alla volta si apre un nuovo percorso che porta queste famiglie a compiere un viaggio imprevisto, dai figli ai genitori, dai genitori ai nonni e poi di nuovo ai figli. Mentre si richiude il cerchio tra le generazioni vince l’amore, ma non basta. Bisogna mettersi in gioco. E questi genitori hanno saputo farlo fino in fondo, regalandoci un’esperienza intensa e limpida, che diventa preziosa per tutti. Due volte genitori è un viaggio in sei capitoli che parte da "quel giorno, quell’ora e quell’istante" in cui tutto è cambiato, il momento della rivelazione dell’omosessualità di un figlio o di una figlia. Un viaggio che traversa territori interiori impervi: all'inizio quelli della perdita, della colpa, poi quelli del bisogno di capire; i territori della conoscenza, dell’indignazione, del sesso, e quelli del confronto, della esposizione di sé, del cambiamento. Fino a quelli inattesi del “crescere da adulti” e del rinascere. Ma è anche un viaggio nel nostro Paese, tra le mura domestiche delle famiglie italiane, dai figli e fratelli ai genitori, dai genitori ai nonni e poi di nuovo ai figli. Un viaggio in treno di una madre che si misura col pregiudizio, e un viaggio circolare dal family day a Roma, al gay pride nella stessa piazza dove tutto è cambiato. “Il primo pensiero quando entrai in un gruppo di genitori che condividevano la loro storia dopo il coming out dei figli", racconta l'autore, "fu che erano come noi, soli, emozionati, schiacciati dal giudizio della società, ma forse più smarriti. Noi da adolescenti avevamo sofferto ma ci eravamo costruiti gli anticorpi giorno per giorno crescendo. Loro, da grandi, in un giorno qualunque della loro vita, si erano trovati di fronte a una rivelazione che in un attimo aveva cancellato ogni certezza, le fondamenta di ieri e il senso del domani, i presupposti stessi della loro esistenza. Cosa hanno fatto a quel punto? Come hanno affrontato l’idea di aver generato una creatura che improvvisamente li “tradisce” diventando portatrice di uno dei più insostenibili stigmi sociali, legato al tabù del sesso, a quel “torbido” che non ha luogo nel mondo delle persone “per bene”, e tanto meno all’interno della famiglia?”
DUE VOLTE GENITORI di Claudio Cipelletti è prodotto da Agedo (Associazione genitori e amici di omosessuali) con il finanziamento della Commissione Europea nell'ambito del progetto internazionale Daphne II (“Family Matters”. Sostenere le famiglie per prevenire la violenza contro giovani gay e lesbiche). Ha vinto il premio per il miglior documentario al 23° Festival Mix di Milano ed è stato presentato in numerose proiezioni pubbliche in tutta Italia secondo una modalità di "autodistribuzione" che ha raggiunto un pubblico di oltre 10.000 spettatori, tra cui molti giovani che hanno riconosciuto nell'opera di Cipelletti uno strumento per fare coming out in famiglia o per riaprire il dialogo interrotto con i genitori. www.duevoltegenitori.com
Claudio Cipelletti (Milano, 1962), diplomato in Regia presso la Scuola di Cinema di Milano, ha realizzato filmati istituzionali e promozionali prima di esordire nella regia di cortometraggi a soggetto e documentari di contenuto sociale. La sua filmografia comprende Rambo 113 (1989; sul corso Allievi Vigili del Fuoco di Roma), Pumori 90 (1990; sulla spedizione italiana al monte Pumori, nel Nepal), Epitaffio (1993; un'ipotesi sulla fabbricazione della Sacra Sindone nel XIII secolo), Tuttinpiazza speciale Verona (1995; co-regia: Valerio Governi) e Nuragika '96 (1996;co-regia: Valerio Governi). Negli anni ’90 ha documentato in video vari passaggi del movimento gay italiano per Arcigay, e nel 1998 ha realizzato il documentario Nessuno Uguale – adolescenti e omosessualità prodotto dal Settore Cultura della Provincia di Milano e destinato alle scuole italiane e alla formazione. Il progetto di Due volte genitori prosegue idealmente Nessuno Uguale, ampliandolo alla dimensione della famiglia, e ha richiesto tre anni di lavoro, dal 2005 al 2008. Claudio insegna montaggio presso la Scuola di Cinema, Televisione e Nuovi Media del Comune di Milano dal 2000, e presso il Laboratorio di montaggio digitale alla Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) dal 2004.
È uscito finalmente il 6 novembre nelle sale italiane, grazie all'opera meritoria di Officine Ubu, l'ultimo film del regista tedesco Hannes Stöhr, presentato l'anno scorso in Piazza Grande al Festival di Locarno, BERLIN CALLING. Film particolare, in cui cinema e vita si mescolano. Il protagonista, infatti, è il dj Paul Kalkbrenner, che interpreta la parte del leggendario DJ ICKARUS.
Ickarus ritorna a Berlino dopo un estenuante tour mondiale. Con svariati album e incalcolabili esibizioni dal vivo alle spalle, Ickarus è diventato un'artista di culto. Nonostante sia completamente esausto, si butta assieme alla fidanzata Mathilde sul missaggio e il lancio del prossimo album. Quando presenta i nuovi brani alla sua etichetta, Alice, la manager della label, non è soddisfatta e gli suggerisce di lavorarci ancora. Frustrato e privo di energie dopo il tour, Ickarus continua a suonare in eventi locali, finché il suo spacciatore Pea gli vende una dose di ecstasy tagliata male che lo manda fuori di testa. Ikarus si ritrova nella stanza di un ospedale psichiatrico, mentre Mathilde non riesce più a gestire la situazione e lo lascia. Viene affidato alla supervisione della Dottoressa Petra Paul, un'esperta nel recupero dei tossicodipendenti, e si ritrova in compagnia di un folle gruppo di pazienti tossicodipendenti e persino di un suo fan... il giovane guardiano Alex. Anche se Ickarus non prende molto sul serio il programma di recupero della Dott.sa Paul, gli viene permesso di portare in clinica il suo computer per lavorare ai suoi pezzi. Nonostante ciò, Ickarus è fuori controllo e una notte riesce a uscire di nascosto per procurarsi della droga da Pea e far festa in qualche club. Questa ricaduta lo fa sprofondare ancora di più nel vortice della dipendenza. Durante una crisi distrugge l'ufficio della sua etichetta discografica per poi scivolare nella psicosi. Ickarus realizza finalmente di avere bisogno di aiuto e senza un posto dove andare, decide volontariamente di tornare in clinica. Sotto l'effetto di farmaci molto forti, l'unica via d'uscita rimasta a Ickarus è la sua musica: per questo si butta anima e corpo sulla scrittura di nuovi pezzi che lo aiutano a superare il difficile periodo di disintossicazione e che andranno a comporre il nuovo album, Berlin Calling, appunto. Spiega il regista: “Di solito, i film sui musicisti parlano di qualche artista americano o inglese già morto. Che sia Jim Morrison, Charly Parker, Joe Strummer, Kurt Cobain, Brian Jones, Ian Curtis o Johnny Cash – la lotta che il musicista deve affrontare per farcela dipende sempre dal contesto e dal tempo in cui vive. In questo modo i film diventano ritratti di una società, diun modo di vivere, di un tempo storico. Ogni volta che si parla di un mito del rock, la lotta spesso autodistruttiva dell’artista diventa la metafora di una generazione, e la ribellione alla società è solitamente il tema principale. Per quanto mi riguarda, l’aspetto più interessante di questi ritratti è la dialettica “arte e follia”. Lo spettatore è attratto dallo stile di vita anticonvenzionale del protagonista. Si aspetta con crescente tensione il momento in cui l’artista perde il controllo, o per dirla in altro modo, lo si osserva mentre vola troppo vicino al sole. Non a caso i Led Zeppelin hanno usato la figura mitologica di Icaro come simbolo. Perché non raccontare per una volta la storia di un musicista tedesco? Addirittura di qualcuno ancora vivente? Perché occuparsi sempre del passato quando il presente è così interessante? Perché non fare un film su un compositore di musica elettronica? I musicisti della generazione di YouTube compongono con il computer, viaggiano per il mondo e non hanno bisogno di liriche per i loro pezzi. Vendono la loro musica su internet, cosa che li rende indipendenti dalle grandi major e fa circolare il loro nome fra gli appassionati di musica dance nel vasto, globalizzato, panorama internazionale. Berlin Calling non è un film biografico, quanto piuttosto un film che racconta la vita di un musicista nella Berlino di oggi. Un film sull’arte e la follia, l'ebbrezza e l’estasi, la speranza e il futuro, l’amicizia e la famiglia, la musica e la gioia di vivere e, naturalmente, sull’amore.” Colonna sonora di Kalkbrenner, contenente anche un brano di Sascha Funke.
Hannes Stöhr, regista, sceneggiatore, produttore, è nato a Stoccarda nel 1970 e, dopo aver completato il servizio civile e un viaggio di nove mesi in Sud America, si è iscritto alla Facoltà di Legge dell’Università di Passau. Fra il 1995 e il 1999 ha studiato sceneggiatura e regia all’Accademia di Cinema e Televisione di Berlino (DFFB), e ha frequentato seminari di sceneggiatura tenuti, fra gli altri, da Ken Dancyger, Dick Ross, Jesus Díaz, Don Bohlinger e Jacob Arjouni. Ha partecipato a seminari di regia tenuti da Wolfgang Becker, Mike Leigh, Volker Schlöndorff e Helke Misselwitz. Nel 2006 ha ottenuto una borsa di studio per la “residenza degli artisti” a Villa Aurora di Los Angeles. Attualmente lavora a Berlino come sceneggiatore e regista e insegna alla DFFB di Berlino e alla Scuola di Cinema di Ludwigsburg. Con Berlin Is in Germany, del 2001, ha vinto il Premio del Pubblico al festival di Berlino e altri importanti riconoscimenti a livello internazionale. One Day in Europe, del 2006, presentato sempre alla Berlinale, ha fatto il giro il mondo, partecipando a una trentina di festival. Berlin Calling (2008), presentato la prima volta a Locarno, è stato fra gli altri ai festival di Berlino, São Paulo e al South by Southwest Film Festival.
Di Hannes Stöhr, è possibile vedere nell'ambito della rassegna Tracce di Muro (Trieste, 21 ottobre - 18 novembre) il film BERLIN IS IN GERMANY. Il giorno 18 novembre nello spazio espositivo di Alpe Adria Cinema, il Cavò di via S. Rocco, 1. Info: www.alpeadriacinema.it, news@alpeadriacinema.it
Il secondo film che presentiamo lunedì 26 ottobre per TRACCE DI MURO è Mur (Il muro) di Simone Bitton, Francia-Israele, 2004, col., 96' (v. italiana)
Intenso e doloroso, il documentario della Bitton è incentrato sulla lunga barriera eretta dal governo Sharon con l'intento di impedire gli attentati terroristici: una riflessione cinematografica sul conflitto israeliano-palestinese in cui la regista sfuma i confini dell'odio affermando la sua doppia identità di ebrea e di araba. Nel cantiere del muro che imprigiona un popolo e ne cinge un altro, parole quotidiane e canti sacri, in ebraico e in arabo, sfidano i discorsi della guerra, oltrepassando il rumore assordante dei bulldozer. Presentato alla Quinzaine des Realisateurs, il film ha vinto il Premio Speciale della Giuria al Sundance, il Gran Premio al Festival internazionale del documentario di Marsiglia e il Premio Pesaro Nuovo Cinema. Simone Bitton è nata nel 1955 in Marocco. Nel '66 si è trasferita in Israele e ha prestato servizio militare nella la Guerra del Kippur; si è poi trasferita a Parigi e nel 1981 si è diplomata presso la scuola di cinema IDHEC. Parla perfettamente l’ebraico, l’arabo e il francese. Attualmente vive tra Gerusalemme e Parigi. Ha diretto più di 15 documentari. Il suo lavoro varia dall’inchiesta storica al reportage in prima persona e il ritratto intimo di autori borderline, artisti e politici. Tutti i suoi film dimostrano un profondo impegno personale e professionale nel rappresentare le culture e la complessa storia del Medioriente e dei Paesi Nord Africani. Nel 2004 ha vinto il Premio “Pesaro Nuovo Cinema” con il documentario Mur. Fra i suoi lavori Citizen Bishara (2001), Ben Barka, L'Èquation marocaine (2001), L'Attentat (1998) Mahmoud Darwich: et la terre, comme la langue (1997), Palestine, histoire d'une terre (1993) Il nuovo film, Rachel, è stato presentato alla Berlinale nella sezione “Forum”. (fonte della bio-filmo: Catalogo ufficiale della Mostra del nuovo cinema di Pesaro). A proposito di Mur, ha dichiarato: “Gli spettatori non sono delle pagine bianche, sanno un sacco di cose su questo paese, su questa guerra. Hanno le loro opinioni, talvolta forse troppo nette, altre volte del genere che non condivido. Non ho realizzato questo film per convincere questo genere di persone o per discutere con loro. Volevo solo condividere le mie sensazioni, quello che ho nel cuore. Volevo mostrare loro quello che io vedo e,allo stesso tempo, mostrarmi a loro. Il muro che ho filmato è parte di me almeno quanto lo è dell'orizzonte mentale e fisico delle persone che compaiono nel film. In un certo senso, questo muro è il segno del nostro fallimento. Mur è un film politico in quanto tutto è politico, ma non parla di politica. Parla di me, di noi. Al di là della tragedia che colpisce il Medio Oriente, l'ho voluto fare per ricordare quello che avviene altrove nel mondo fra ricchi e poveri, potenti e deboli, democratici e chi democratico non è, fra quelli che hanno tutto e quelli che non hanno nulla. Ovunque, i deboli vogliono oltrepassare i muri che sono stati eretti per tenerli a distanza e ovunque i potenti temono moltissimo di ritrovarsi al posto dei deboli, come se la felicità di qualcuno si potesse realizzare solo a costo di privazioni e confinamenti di altre persone. Capita talvolta che i potenti siano così spaventati dai deboli che farebbero qualunque cosa che giustifichi le loro paure e trasformi i deboli in una minaccia reale. La pace arriverà. Come sempre. Ma per ora, quella che ci aspetta è un'epoca di muri e sento che sarà terribile.”