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domenica 2 settembre 2012

Mi piace, non mi piace. Facebook prima di Facebook

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Nel passaggio che segue, Arbasino descrive la natura delle lettere ai giornali. Erano gli anni '80 e i social media ancora là da venire. Ora, provate a sostituire "lettere ai giornali" con "commenti su Facebook". Gli strumenti di comunicazione cambiano, i bisogni espressivi no.

Quelle italiane [lettere ai giornali] dànno per lo più informazioni sullo stato d'animo e d'umore del mittente: mi piace, non mi piace; sono d'accordo, o non sono d'accordo. A ciò si aggiunge sovente il tentativo di spiritosaggine, sarcasmo, battuta: cioè, dopo aver comunicato le proprie impressioni, il bisogno di mostrarsi persone "di mondo", deplorando la nequizia inqualificabile dei tempi ove siamo arrivati.
Alberto Arbasino, Un paese senza, Garzanti, Milano 1990, p. 243.

lunedì 20 agosto 2012

Spegni lo smartphone al ristorante? E io ti faccio lo sconto

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C'è un ristorante, a Los Angeles, che ti fa lo sconto del 5% se rinunci a portare con te al tavolo il tuo smartphone. L'invito è quello di lasciarlo all'entrata, chissà che uno dica che accetta di spegnerlo e poi non ci ripensi. Pare che da quando è stata avviata l'iniziativa (all'incirca un mese) dal 40 al 50% dei clienti abbia approfittato dell'offerta. Il proprietario, che è anche lo chef, spiega che il suo è un ristorante che cerca di ricreare un ambiente che sia il più possibile famigliare e che l'invito a lasciare i cellulari all'entrata nasce dalla voglia di “semplificare” e di aiutare le persone a “rientrare in contatto” fra loro.
Anche da noi, si comincia ad assistere a qualche tentativo di regolamentazione della tecnologia mobile. Per esempio a Udine, dove da qualche mese il Comune ha lanciato la campagna per la diffusione di zone «cell free», anche negli esercizi pubblici, che vengono invitati ad esporre cartelli che recitano «locale libero da cellulare». In pratica, si chiede ai clienti di spegnere il cellulare o, almeno, silenziarlo.

Ora, non discuto che la presenza degli smart phone nei locali pubblici possa essere a volte seccante e intrusiva, e che l'educazione delle persone spesso difetti (in questo, come in moltissimi altri ambiti), ma mi colpiscono sempre gli inviti a rallentare l'utilizzo della tecnologia per favorire il ritorno a una presunta età dell'oro della comunicazione, come se il deterioramento dei rapporti personali dipendesse dal diffondersi dei cellulari o di qualunque altro strumento. Un po' come dire che se ci sono tanti morti sulle strade è perché circolano tante macchine, non perché i guidatori corrono o non rispettano il codice. Se esco a pranzo o a cena con qualcuno che, invece di darmi bada e attenzione, controlla i messaggi, le mail o le notifiche dei social network, non ritengo che la “colpa” sia dello smartphone che glielo consente, ma mi faccio delle domande sul rispetto che l'altra persona nutre nei miei confronti e su quanto gli interessi trascorrere veramente del tempo con me.

mercoledì 23 maggio 2012

I social media e la ricerca della relazione perduta

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Qualche tempo fa, mi è capitato di leggere un articolo di Alexandra Samuel, direttrice del Social + Interactive Media Centre presso l'Università Emily Carr di Vancouver, in Canada. In quel pezzo, a mio parere molto interessante e intitolato Own It: Social Media Isn't Just Something Other People Do, Samuel si interroga sulla natura delle conversazioni online. L'autrice cita un altro pezzo di Sherry Turkle apparso sul NYT, in cui la psicologa (ma anche docente presso il Massachusetts Institute of Technology e e autrice di un saggio che si intitola Alone Together) spiega con un certo allarmismo che viviamo ormai in un “universo tecnologico in cui comunichiamo di continuo, sebbene abbiamo sacrificato le conversazioni in nome di semplici connessioni”. E ancora. “Nel silenzio delle connessioni, le persone traggono conforto dal fatto di essere in contatto con un sacco di gente, che però viene attentamente tenuta alla larga”. Da dove nascerebbe questa nuova modalità di gestione dei rapporti sociali? Dal fatto che le relazioni fra essere umani sono complesse e richiedono impegno. La tecnologia, sostiene la Turkle, ci consente di “ripulire” la relazione, rendendola meno scomoda, più gestibile. In altre parole, la parte di vita che conduciamo online ci fa allontanare come persone, facendoci dimenticare quanto è complicato ma pieno di soddisfazioni l'incontro fisico con l'Altro. Chi segue preferibilmente questa via? I giovani, ovviamente, i cosiddetti “nativi digitali”, quelli per cui l'utilizzo della tecnologia è parte integrante della vita di ogni giorno. Non dell'online o dell'offline, della vita e basta.