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Prima o poi doveva capitare, mi sono fatta il dominio :)
Da oggi, l'Oscilloscopio prosegue le sue esplorazioni su www.oscilloscopioazzurro.it! Cambia la veste grafica e il modo in cui i post verranno classificati (in effetti, non lo saranno più e il perché lo spiego alla fine di questa pagina), ma la sostanza resta la stessa: appunti in assoluta libertà su ciò che vedo/sento/vivo e che mi colpisce, incuriosisce, fa pensare...
Se mi vorrete seguire laggiù, ne sarò molto felice, più siamo a fare questo viaggio meglio è :)
domenica 25 agosto 2013
martedì 11 giugno 2013
Anteprime 2013: il festival dei libri a venire
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Le storie sono combinazioni dalle infinite possibilità. Basta uno scarto, un angolo girato da una parte diversa e il senso di tutto cambia. Diverso l'incastro, diverso il messaggio.
L'ho verificato ancora una volta lo scorso weekend a Pietrasanta, dove si è svolto Anteprime 2013, un festival originale e divertente, pensato per chi ama la letteratura ed è curioso. Il sottotitolo, infatti, recita: Ti racconto il mio prossimo libro.
In cosa consiste la formula? Per 3 giorni e rigorosamente in orario serale (per consentire a chi di giorno lavora o va al mare, vicinissimo, di partecipare agli incontri), una cinquantina di scrittori accetta il gioco di svelare ai lettori il contenuto del proprio libro in uscita. Pochissime, infatti, le novità già disponibili. Nella maggior parte dei casi, se ne parlerà appena a settembre, ma questo non sembra spaventare i lettori, anzi.
L’iniziativa, nata dalla collaborazione tra le case editrici Einaudi, Electa, Frassinelli, Mondadori, Newton Compton, Piemme, Sperling & Kupfer e il comune di Pietrasanta, ha infatti avuto un successo spettacolare: + 43% di presenze rispetto al 2012 (5000 persone solo a sentire Dan Brown).
Senza contare che oltre un milione di persone sono state raggiunte da 4.200 tweet pubblicati da quasi 1000 persone, fra cui la sottoscritta :)
L'ho verificato ancora una volta lo scorso weekend a Pietrasanta, dove si è svolto Anteprime 2013, un festival originale e divertente, pensato per chi ama la letteratura ed è curioso. Il sottotitolo, infatti, recita: Ti racconto il mio prossimo libro.
In cosa consiste la formula? Per 3 giorni e rigorosamente in orario serale (per consentire a chi di giorno lavora o va al mare, vicinissimo, di partecipare agli incontri), una cinquantina di scrittori accetta il gioco di svelare ai lettori il contenuto del proprio libro in uscita. Pochissime, infatti, le novità già disponibili. Nella maggior parte dei casi, se ne parlerà appena a settembre, ma questo non sembra spaventare i lettori, anzi.
L’iniziativa, nata dalla collaborazione tra le case editrici Einaudi, Electa, Frassinelli, Mondadori, Newton Compton, Piemme, Sperling & Kupfer e il comune di Pietrasanta, ha infatti avuto un successo spettacolare: + 43% di presenze rispetto al 2012 (5000 persone solo a sentire Dan Brown).
Senza contare che oltre un milione di persone sono state raggiunte da 4.200 tweet pubblicati da quasi 1000 persone, fra cui la sottoscritta :)
domenica 2 giugno 2013
Inchiostro invisibile: nessun libro è per sempre
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Molti pensano che internet faccia male alla lettura, che ci abbia costretto a cambiare la nostra modalità di avvicinamento al testo scritto, rendendoci incapaci di sopportare la fatica e la concentrazione che un testo magari lungo e approfondito richiede. I più pessimisti ritengono che i tempi del marketing editoriale si siano ridotti e integrati con la natura transitoria di un tweet o un post su Facebook, in una congiura che ci vorrebbe tutti e sempre più dei "non lettori".
Eppure, anche prima della rete migliaia di libri sono "scomparsi" velocemente nel nulla: eliminati dalle librerie e dalla memoria collettiva, il loro ricordo è sopravvissuto solo nel cuore e nella memoria dei loro lettori. C'è chi ha ascoltato la "scia affettiva" che si sono lasciati dietro e ha dato loro una nuova voce.
Eppure, anche prima della rete migliaia di libri sono "scomparsi" velocemente nel nulla: eliminati dalle librerie e dalla memoria collettiva, il loro ricordo è sopravvissuto solo nel cuore e nella memoria dei loro lettori. C'è chi ha ascoltato la "scia affettiva" che si sono lasciati dietro e ha dato loro una nuova voce.
mercoledì 1 maggio 2013
Non comprate questa giacca: eco-fashion su Stream!
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È passato pochissimo dall'uscita del mio primo post su STREAM!, il "primo magazine italiano di digital lifestyle e vita liquida", dedicato allo sforzo di quella parte di imprenditoria che cerca una nuova via al business, in grado di tenere uniti profitto e impatto sociale.
E mentre Elisa Cecilli e Francesca Masoero, le due effervescenti co-fondatrici del progetto, esordiscono su Che futuro, ecco anche il mio secondo post per Stream, tutto sulla moda sostenibile o eco-fashion!
Buona lettura :)
sabato 20 aprile 2013
Per i creativi incompresi, arriva Sharpener Jar, il misuracreatività
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Come si misura la creatività? Annoso problema. Ora, finalmente, un'invenzione semplice quanto geniale arriva in soccorso dei poveri creativi incompresi :)
sabato 13 aprile 2013
Joyce, il regista della vita qualunque
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Questo inizio d'anno ha visto finalmente la luce, dopo una lunga attesa e per meritoria iniziativa di Einaudi, la traduzione dell'Ulisse di Joyce del grande narratore Gianni Celati.
Non voglio entrare nel merito - che lascio ai critici o agli aspiranti tali - se si tratti di una traduzione più o meno buona, perché lo trovo secondario.
Per come la vedo io, chi ama questo libro non può che essere contento fin nel profondo che gli sia data un'altra possibilità di leggerlo, di percorrerne - seppur in modo leggermente diverso - le stesse strade, sentire gli stessi suoni (perché, come dice benissimo Celati nell'introduzione questo "è un libro sentito e sostenuto da quella speciale percezione che è la musica"), riconoscere volti che hanno una ruga sistemata più in su o in giù, una ciocca di capelli più spettinata, un vestito più sgualcito, ma che sono sempre loro.
Li riconosci perché te li ricordi, ma ti sembrano diversissimi, poi vai a confrontare la versione precedente, quella su cui all'università hai sudato per quell'esame di letteratura inglese e... meraviglia, scopri che le differenze non sono poi così eclatanti.
Devi fartene una ragione, il libro è lo stesso, eppure...
| Dalla board su Pinterest che Einaudi ha dedicato al libro |
Non voglio entrare nel merito - che lascio ai critici o agli aspiranti tali - se si tratti di una traduzione più o meno buona, perché lo trovo secondario.
Per come la vedo io, chi ama questo libro non può che essere contento fin nel profondo che gli sia data un'altra possibilità di leggerlo, di percorrerne - seppur in modo leggermente diverso - le stesse strade, sentire gli stessi suoni (perché, come dice benissimo Celati nell'introduzione questo "è un libro sentito e sostenuto da quella speciale percezione che è la musica"), riconoscere volti che hanno una ruga sistemata più in su o in giù, una ciocca di capelli più spettinata, un vestito più sgualcito, ma che sono sempre loro.
Li riconosci perché te li ricordi, ma ti sembrano diversissimi, poi vai a confrontare la versione precedente, quella su cui all'università hai sudato per quell'esame di letteratura inglese e... meraviglia, scopri che le differenze non sono poi così eclatanti.
Devi fartene una ragione, il libro è lo stesso, eppure...
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sabato 6 aprile 2013
Cambiare il mondo, una nota alla volta
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In un quartiere povero di Cateura, in Paraguay, è nata un'orchestra di giovani che ha saputo sfruttare al meglio una delle risorse più presenti sul territorio: l'immondizia...
Un film vuole raccontare la loro storia, perché non gli diamo una mano?![]() |
| Creazione di Nicolas "Cola" Gomez |
sabato 30 marzo 2013
Bagni e caffetterie: la seconda vita degli spazi
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Catturati dal fascino che inevitabilmente il nuovo porta con sé, dalla possibilità di cambiare il volto delle nostre città rendendole moderne e più funzionali, abbiamo lasciato che un numero incredibile di edifici venisse chiuso, abbandonato o, peggio, demolito per lasciare il posto a costruzioni nuove. Abbiamo appreso molto tardi la lezione di altri paesi, dove gli edifici "vecchi" e non ancora antichi (diciamo quelli che risalgono fino al diciannovesimo secolo), quelli che rientrano nell'ampia categoria dell'architettura industriale per esempio, sono stati recuperati e reinterpretati alla luce di nuovi bisogni, facendone abitazioni private, ma anche locali pubblici, spazi culturali, ecc.
Abbiamo perso così un patrimonio, non tanto artistico (non sempre parliamo di edifici "belli" in sé) quanto storico, rinunciando a pezzi di memoria collettiva che raccontavano momenti della nostra storia nazionale e che sono andati perduti con i mattoni degli spazi a cui abbiamo rinunciato.
Per fortuna, le esperienze di recupero si moltiplicano e cresce il numero degli spazi che ritornano a vivere.
Catturati dal fascino che inevitabilmente il nuovo porta con sé, dalla possibilità di cambiare il volto delle nostre città rendendole moderne e più funzionali, abbiamo lasciato che un numero incredibile di edifici venisse chiuso, abbandonato o, peggio, demolito per lasciare il posto a costruzioni nuove. Abbiamo appreso molto tardi la lezione di altri paesi, dove gli edifici "vecchi" e non ancora antichi (diciamo quelli che risalgono fino al diciannovesimo secolo), quelli che rientrano nell'ampia categoria dell'architettura industriale per esempio, sono stati recuperati e reinterpretati alla luce di nuovi bisogni, facendone abitazioni private, ma anche locali pubblici, spazi culturali, ecc.
Abbiamo perso così un patrimonio, non tanto artistico (non sempre parliamo di edifici "belli" in sé) quanto storico, rinunciando a pezzi di memoria collettiva che raccontavano momenti della nostra storia nazionale e che sono andati perduti con i mattoni degli spazi a cui abbiamo rinunciato.
Per fortuna, le esperienze di recupero si moltiplicano e cresce il numero degli spazi che ritornano a vivere.
sabato 9 marzo 2013
Web 2.0, ascolto e clienti contenti
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Come si ascoltano i clienti? Quali sono i benefici di un Customer Service che sappia sfruttare le potenzialità del web 2.0 unendole a una pratica vera di ascolto? La famosa produttrice di mattoncini LEGO ci ha mostrato (ancora una volta) come si fa. Ne ho parlato qualche tempo fa su Dofville e avevo voglia di condividere il post anche qui.
Buona lettura!
Per lavoro, giro molte nelle aziende, dove non mi stanco mai di ribadire quanto sia importante, ascoltare i propri clienti, sia interni che esterni. Che si tratti di individuare una falla del sistema produttivo o dei canali di comunicazione esterna oppure un bisogno del mercato o le esigenze dei nostri clienti, l'unica è partire dal presupposto che sono tante le cose che possiamo imparare se abbiamo la pazienza e l'umiltà di ascoltare la voce di chi dovrebbe trarre un beneficio dal nostro lavoro.
Come? Tradizionalmente, gli strumenti spaziano dalle indagini di mercato ai questionari sulla customer satisfaction, fino ad arrivare ai dati forniti dal Customer Service, solo per citarne alcuni. Da qualche anno a questa parte, le aziende hanno la fortuna di avere a disposizione strumenti ulteriori che le aiutano a concentrarsi di più sull'esperienza di coloro ai quali rivolgono i propri prodotti o servizi.
L'avvento dei Social Media prima e l'ulteriore passo in avanti compiuto dai Social Network poi ha reso più diretto il rapporto fra azienda e consumatore, liberandolo da tutta una serie di soggetti intermedi che rischiavano di "fraintendere" il tipo di legame esistente fra i due. Il rapporto è in un certo senso "disintermediato", ma quella che qualche anno fa sembrava una rivoluzione annunciata non è ancora giunta a compimento.
Buona lettura!
Per lavoro, giro molte nelle aziende, dove non mi stanco mai di ribadire quanto sia importante, ascoltare i propri clienti, sia interni che esterni. Che si tratti di individuare una falla del sistema produttivo o dei canali di comunicazione esterna oppure un bisogno del mercato o le esigenze dei nostri clienti, l'unica è partire dal presupposto che sono tante le cose che possiamo imparare se abbiamo la pazienza e l'umiltà di ascoltare la voce di chi dovrebbe trarre un beneficio dal nostro lavoro.
Come? Tradizionalmente, gli strumenti spaziano dalle indagini di mercato ai questionari sulla customer satisfaction, fino ad arrivare ai dati forniti dal Customer Service, solo per citarne alcuni. Da qualche anno a questa parte, le aziende hanno la fortuna di avere a disposizione strumenti ulteriori che le aiutano a concentrarsi di più sull'esperienza di coloro ai quali rivolgono i propri prodotti o servizi.
L'avvento dei Social Media prima e l'ulteriore passo in avanti compiuto dai Social Network poi ha reso più diretto il rapporto fra azienda e consumatore, liberandolo da tutta una serie di soggetti intermedi che rischiavano di "fraintendere" il tipo di legame esistente fra i due. Il rapporto è in un certo senso "disintermediato", ma quella che qualche anno fa sembrava una rivoluzione annunciata non è ancora giunta a compimento.
lunedì 4 marzo 2013
L'innovazione sociale su STREAM! (vista da me)
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La rete ci ha abituati ad incrociare le nostre strade con quelle di altre persone che non conosciamo. Abbiamo interessi in comune, leggiamo/guardiamo/ascoltiamo le stesse cose, i nostri gusti sono simili e - spesso - lo sono anche le nostre idee sulla vita, l'universo e tutto quanto.
C'è chi la chiama serendipity, "fare incontri piacevoli per puro caso". Io preferisco "buoni incontri" o affinità elettive digitali. Non è così facile fare dei buoni incontri. Per questo, quando capita bisogna festeggiare!
È quindi con grande gioia e soddisfazione che condivido con voi il fatto che oggi esce il mio primo contributo su STREAM!, magazine italiano di digital lifestyle e vita liquida. Un team fantastico, tutto al femminile che, citando lo stream of consciousness di Joyce nel titolo, racconta e approfondisce il grande mondo dell'innovazione (soprattutto digitale, ma non solo). Una raccolta di contemporaneità, se volete.
I miei post saranno dedicati all'innovazione sociale (mica bruscolini). Nella prima puntata, parlo di un paio di progetti interessanti, a cavallo fra profit e non profit. Ah sì, parlo anche di un sacchetto per fare la cacca quando non c'è un bagno a disposizione ;)
Lo potete leggere a questo LINK. Ma non leggete solo il mio, ci sono un sacco di post bellissimi! :)
STREAM!
C'è chi la chiama serendipity, "fare incontri piacevoli per puro caso". Io preferisco "buoni incontri" o affinità elettive digitali. Non è così facile fare dei buoni incontri. Per questo, quando capita bisogna festeggiare!
È quindi con grande gioia e soddisfazione che condivido con voi il fatto che oggi esce il mio primo contributo su STREAM!, magazine italiano di digital lifestyle e vita liquida. Un team fantastico, tutto al femminile che, citando lo stream of consciousness di Joyce nel titolo, racconta e approfondisce il grande mondo dell'innovazione (soprattutto digitale, ma non solo). Una raccolta di contemporaneità, se volete.
I miei post saranno dedicati all'innovazione sociale (mica bruscolini). Nella prima puntata, parlo di un paio di progetti interessanti, a cavallo fra profit e non profit. Ah sì, parlo anche di un sacchetto per fare la cacca quando non c'è un bagno a disposizione ;)
Lo potete leggere a questo LINK. Ma non leggete solo il mio, ci sono un sacco di post bellissimi! :)
STREAM!
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sabato 23 febbraio 2013
Bios Urn, l'eterno riposo green ed ecosostenibile
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Alzi la mano chi non ha pensato – almeno una volta nella vita – a dove trascorrere l'“eterno riposo”. Ok, ammetto che il tema non è uno dei più divertenti, ma al di là delle considerazioni poetiche e sentimentali che accompagnano da sempre questo tipo di riflessione (come il desiderio di finire in un luogo che amiamo o dove siamo stati felici, vicini ai nostri cari, in un ambiente naturale particolarmente suggestivo, ecc.), visto il sovraffollamento del sottosuolo forse è il caso di cominciare anche alla sostenibilità del nostro trapasso.
Alzi la mano chi non ha pensato – almeno una volta nella vita – a dove trascorrere l'“eterno riposo”. Ok, ammetto che il tema non è uno dei più divertenti, ma al di là delle considerazioni poetiche e sentimentali che accompagnano da sempre questo tipo di riflessione (come il desiderio di finire in un luogo che amiamo o dove siamo stati felici, vicini ai nostri cari, in un ambiente naturale particolarmente suggestivo, ecc.), visto il sovraffollamento del sottosuolo forse è il caso di cominciare anche alla sostenibilità del nostro trapasso.
martedì 12 febbraio 2013
Impronte nella neve: uomini e tigri
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Una tigre è il prodotto che si ottiene
accoppiando l'agilità e gli appetiti di un gatto
con la massa di un frigorifero industriale.
La tigre, p. 28
Prima che tu la veda una volta sola,
la tigre ti ha visto cento volte.
Cacciatore della taiga
“Un'avventura siberiana di vendetta e sopravvivenza”: La tigre di John Vaillant ha un sottotitolo intrigante e carico di promesse che riesce perfettamente a mantenere. A metà fra il reportage e il racconto d'avventura, racconta la storia di un'umanissima tigre e di un uomo che ha imparato a ragionare come un felino. A lui spetta il compito di trovarla prima che lei dimostri a che punto può arrivare una bestia intelligente con un obiettivo chiaro e tutti i mezzi fisici per raggiungerlo. I due vivono nell'estremo oriente russo, ai confini con la Cina.
È una storia vera, ma questo conta davvero molto poco. Vaillant (scrittore e giornalista pluripremiato) ci trascina in un viaggio avanti e indietro nello spazio-tempo russo, in cui si mescolano cenni storici, aneddoti, racconto etnografico, trattato naturalistico e saggio di etologia, e che parte da un presupposto affascinante: uomini e tigri hanno un percorso comune, una relazione di lunga durata alle spalle e solo di recente hanno cominciato a non riconoscersi più come compagni di viaggio.
Una tigre è il prodotto che si ottiene
accoppiando l'agilità e gli appetiti di un gatto
con la massa di un frigorifero industriale.
La tigre, p. 28
Prima che tu la veda una volta sola,
la tigre ti ha visto cento volte.
Cacciatore della taiga
“Un'avventura siberiana di vendetta e sopravvivenza”: La tigre di John Vaillant ha un sottotitolo intrigante e carico di promesse che riesce perfettamente a mantenere. A metà fra il reportage e il racconto d'avventura, racconta la storia di un'umanissima tigre e di un uomo che ha imparato a ragionare come un felino. A lui spetta il compito di trovarla prima che lei dimostri a che punto può arrivare una bestia intelligente con un obiettivo chiaro e tutti i mezzi fisici per raggiungerlo. I due vivono nell'estremo oriente russo, ai confini con la Cina.
È una storia vera, ma questo conta davvero molto poco. Vaillant (scrittore e giornalista pluripremiato) ci trascina in un viaggio avanti e indietro nello spazio-tempo russo, in cui si mescolano cenni storici, aneddoti, racconto etnografico, trattato naturalistico e saggio di etologia, e che parte da un presupposto affascinante: uomini e tigri hanno un percorso comune, una relazione di lunga durata alle spalle e solo di recente hanno cominciato a non riconoscersi più come compagni di viaggio.
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domenica 13 gennaio 2013
Torna il Trieste Film Festival. E c'è anche Muri del suono!
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Ieri è stata presentata nei bellissimi spazi del Magazzino delle idee (già il nome promette bene) la 24a edizione del Trieste Film Festival. Anche quest'anno, pur se fra molte difficoltà, il festival triestino che resistendo porta per il ventiquattresimo anno di fila in Italia il meglio della produzione cinematografica dell'Europa centro-orientale, mostra al suo pubblico un anno di ricerca, lavoro, passione. Dal 17 al 23 gennaio, presso il Teatro Miela e la Sala Tripcovich. C'è anche MURI DEL SUONO, felicemente curato dalla sottoscritta :)
Come da tradizione, il cuore del programma è rappresentato dai concorsi internazionali, dedicati a lungometraggi, documentari (tutti anteprime italiane) e dai corti, a cui anche quest’anno si aggiunge una selezione non-competitiva di 13 cortometraggi di animazione (fra cui l’anteprima assoluta De versicoloribus naturalium ludis del giovane regista russo Artem Ludyankov, prodotto da Fabrica – Benetton).
Il programma del festival, come sempre, include numerosi eventi speciali. Ne cito tre che mi stanno particolarmente a cuore: il ricordo di un grande film che compie mezzo secolo, Il sorpasso di Dino Risi, riproposto anche nel documentario dedicatogli da Gloria De Antoni (L’estate di Bruno Cortona) e poi l’ironico e appassionante monologo su cinema, ideologia e psicanalisi del mitico filosofo-cinéphile Slavoj Žižek, protagonista del film The pervert’s guide to ideology di Sophie Fiennes, e infine un focus sul cinema ungherese, per sottolineare la drammatica situazione culturale che il paese sta vivendo, con alcuni tra i lavori più significativi prodotti nel 2012.
Ieri è stata presentata nei bellissimi spazi del Magazzino delle idee (già il nome promette bene) la 24a edizione del Trieste Film Festival. Anche quest'anno, pur se fra molte difficoltà, il festival triestino che resistendo porta per il ventiquattresimo anno di fila in Italia il meglio della produzione cinematografica dell'Europa centro-orientale, mostra al suo pubblico un anno di ricerca, lavoro, passione. Dal 17 al 23 gennaio, presso il Teatro Miela e la Sala Tripcovich. C'è anche MURI DEL SUONO, felicemente curato dalla sottoscritta :)
La tradizione
Come da tradizione, il cuore del programma è rappresentato dai concorsi internazionali, dedicati a lungometraggi, documentari (tutti anteprime italiane) e dai corti, a cui anche quest’anno si aggiunge una selezione non-competitiva di 13 cortometraggi di animazione (fra cui l’anteprima assoluta De versicoloribus naturalium ludis del giovane regista russo Artem Ludyankov, prodotto da Fabrica – Benetton).
Il programma del festival, come sempre, include numerosi eventi speciali. Ne cito tre che mi stanno particolarmente a cuore: il ricordo di un grande film che compie mezzo secolo, Il sorpasso di Dino Risi, riproposto anche nel documentario dedicatogli da Gloria De Antoni (L’estate di Bruno Cortona) e poi l’ironico e appassionante monologo su cinema, ideologia e psicanalisi del mitico filosofo-cinéphile Slavoj Žižek, protagonista del film The pervert’s guide to ideology di Sophie Fiennes, e infine un focus sul cinema ungherese, per sottolineare la drammatica situazione culturale che il paese sta vivendo, con alcuni tra i lavori più significativi prodotti nel 2012.
sabato 17 novembre 2012
Il colore dei ricordi
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Ieri sera ero in pizzeria. Non so dalle vostre parti, ma dove vado io a prendere la pizza da asporto (che ora si son spostati attaccati a casa mia e sono contenta), dove vado io dicevo, ci sono delle riviste dal mio punto di vista totalmente inutili. Parlano quasi tutte di sport e di automobili. Ieri sera, però, c'era un AD infiltrato, arrivato lì chissà come. Sfogliandolo, ho riconosciuto la casa di Curzio Malaparte, quella strana, costruita a picco su una scogliera dalle parti di Capri. Casa di spettri e di storie lontane.
Questa qui, per capirci, che io l'avevo vista una volta in un programma di Daverio tanti anni fa, chissà dove ho infilato il VHS:
Solo che io me la ricordavo bianca. Sul giornale era invece dipinta esternamente di un rosso mattone, quello che si dà alle case vecchie quando vengono ristrutturate, anche se prima erano bianche o di un altro colore. Perché fa elegante, dicono. Questa notte l'ho sognata ed era tornata bianca. Ancora adesso che ci penso da sveglia, non riesco a capacitarmi che sia di quel colore orrendo. Ho cercato in rete notizie di una ristrutturazione sventurata, ma niente. Devo arrendermi.
Mi pare che questo contenga qualche lezione sull'evidenza delle cose che soccombe davanti al ricordo e sul fatto che la realtà immaginata è sempre più forte di quella reale, ma non saprei dire quale.
Ieri sera ero in pizzeria. Non so dalle vostre parti, ma dove vado io a prendere la pizza da asporto (che ora si son spostati attaccati a casa mia e sono contenta), dove vado io dicevo, ci sono delle riviste dal mio punto di vista totalmente inutili. Parlano quasi tutte di sport e di automobili. Ieri sera, però, c'era un AD infiltrato, arrivato lì chissà come. Sfogliandolo, ho riconosciuto la casa di Curzio Malaparte, quella strana, costruita a picco su una scogliera dalle parti di Capri. Casa di spettri e di storie lontane.
Questa qui, per capirci, che io l'avevo vista una volta in un programma di Daverio tanti anni fa, chissà dove ho infilato il VHS:
Solo che io me la ricordavo bianca. Sul giornale era invece dipinta esternamente di un rosso mattone, quello che si dà alle case vecchie quando vengono ristrutturate, anche se prima erano bianche o di un altro colore. Perché fa elegante, dicono. Questa notte l'ho sognata ed era tornata bianca. Ancora adesso che ci penso da sveglia, non riesco a capacitarmi che sia di quel colore orrendo. Ho cercato in rete notizie di una ristrutturazione sventurata, ma niente. Devo arrendermi.
Mi pare che questo contenga qualche lezione sull'evidenza delle cose che soccombe davanti al ricordo e sul fatto che la realtà immaginata è sempre più forte di quella reale, ma non saprei dire quale.
mercoledì 3 ottobre 2012
Conversazioni e community management: la funzione odierna del narratore
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Nelle ultime settimane, sto curando per DOFVILLE (il blog di DOF Consulting, con cui lavoro) un ciclo di post di approfondimento su The Village. Si tratta di un gioco per lo sviluppo delle competenze sociali, che ruota attorno alla metafora del "villaggio" e i cui "abitanti" sono raffigurati in altrettante carte. Uno di questi personaggi è il Narratore e dato che, come avrete capito, il tema della narrazione mi appassiona molto, ho pensato di fondere qui i due post che lo raccontano :)
A chiunque sia capitato di dover convincere o, semplicemente, comunicare a qualcuno la bontà di una propria idea o le potenzialità di un progetto sa quanto sia difficile trasferire in parole l'astrazione di un concetto o la visione di un futuro possibile. I mondi interiori a partire dai quali comunichiamo sono così ricchi e complessi, talvolta così distanti da quelli dei nostri interlocutori, che diventa davvero una sfida riuscire a intendersi. Tanto più se a dover essere comunicata è un'idea di impresa, un'iniziativa di sviluppo, un sistema organizzativo. Ultimamente, si fa un gran parlare di storytelling, che altro non è se non l'attualizzazione in chiave moderna e organizzativa di una delle dimensioni più antiche delle comunità sociali: la narrazione.
A chiunque sia capitato di dover convincere o, semplicemente, comunicare a qualcuno la bontà di una propria idea o le potenzialità di un progetto sa quanto sia difficile trasferire in parole l'astrazione di un concetto o la visione di un futuro possibile. I mondi interiori a partire dai quali comunichiamo sono così ricchi e complessi, talvolta così distanti da quelli dei nostri interlocutori, che diventa davvero una sfida riuscire a intendersi. Tanto più se a dover essere comunicata è un'idea di impresa, un'iniziativa di sviluppo, un sistema organizzativo. Ultimamente, si fa un gran parlare di storytelling, che altro non è se non l'attualizzazione in chiave moderna e organizzativa di una delle dimensioni più antiche delle comunità sociali: la narrazione.
domenica 2 settembre 2012
Mi piace, non mi piace. Facebook prima di Facebook
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Nel passaggio che segue, Arbasino descrive la natura delle lettere ai giornali. Erano gli anni '80 e i social media ancora là da venire. Ora, provate a sostituire "lettere ai giornali" con "commenti su Facebook". Gli strumenti di comunicazione cambiano, i bisogni espressivi no.
Nel passaggio che segue, Arbasino descrive la natura delle lettere ai giornali. Erano gli anni '80 e i social media ancora là da venire. Ora, provate a sostituire "lettere ai giornali" con "commenti su Facebook". Gli strumenti di comunicazione cambiano, i bisogni espressivi no.
Quelle italiane [lettere ai giornali] dànno per lo più informazioni sullo stato d'animo e d'umore del mittente: mi piace, non mi piace; sono d'accordo, o non sono d'accordo. A ciò si aggiunge sovente il tentativo di spiritosaggine, sarcasmo, battuta: cioè, dopo aver comunicato le proprie impressioni, il bisogno di mostrarsi persone "di mondo", deplorando la nequizia inqualificabile dei tempi ove siamo arrivati.Alberto Arbasino, Un paese senza, Garzanti, Milano 1990, p. 243.
lunedì 20 agosto 2012
Spegni lo smartphone al ristorante? E io ti faccio lo sconto
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C'è un ristorante, a Los Angeles, che ti fa lo sconto del 5% se rinunci a portare con te al tavolo il tuo smartphone. L'invito è quello di lasciarlo all'entrata, chissà che uno dica che accetta di spegnerlo e poi non ci ripensi. Pare che da quando è stata avviata l'iniziativa (all'incirca un mese) dal 40 al 50% dei clienti abbia approfittato dell'offerta. Il proprietario, che è anche lo chef, spiega che il suo è un ristorante che cerca di ricreare un ambiente che sia il più possibile famigliare e che l'invito a lasciare i cellulari all'entrata nasce dalla voglia di “semplificare” e di aiutare le persone a “rientrare in contatto” fra loro.
Anche da noi, si comincia ad assistere a qualche tentativo di regolamentazione della tecnologia mobile. Per esempio a Udine, dove da qualche mese il Comune ha lanciato la campagna per la diffusione di zone «cell free», anche negli esercizi pubblici, che vengono invitati ad esporre cartelli che recitano «locale libero da cellulare». In pratica, si chiede ai clienti di spegnere il cellulare o, almeno, silenziarlo.
Ora, non discuto che la presenza degli smart phone nei locali pubblici possa essere a volte seccante e intrusiva, e che l'educazione delle persone spesso difetti (in questo, come in moltissimi altri ambiti), ma mi colpiscono sempre gli inviti a rallentare l'utilizzo della tecnologia per favorire il ritorno a una presunta età dell'oro della comunicazione, come se il deterioramento dei rapporti personali dipendesse dal diffondersi dei cellulari o di qualunque altro strumento. Un po' come dire che se ci sono tanti morti sulle strade è perché circolano tante macchine, non perché i guidatori corrono o non rispettano il codice. Se esco a pranzo o a cena con qualcuno che, invece di darmi bada e attenzione, controlla i messaggi, le mail o le notifiche dei social network, non ritengo che la “colpa” sia dello smartphone che glielo consente, ma mi faccio delle domande sul rispetto che l'altra persona nutre nei miei confronti e su quanto gli interessi trascorrere veramente del tempo con me.
C'è un ristorante, a Los Angeles, che ti fa lo sconto del 5% se rinunci a portare con te al tavolo il tuo smartphone. L'invito è quello di lasciarlo all'entrata, chissà che uno dica che accetta di spegnerlo e poi non ci ripensi. Pare che da quando è stata avviata l'iniziativa (all'incirca un mese) dal 40 al 50% dei clienti abbia approfittato dell'offerta. Il proprietario, che è anche lo chef, spiega che il suo è un ristorante che cerca di ricreare un ambiente che sia il più possibile famigliare e che l'invito a lasciare i cellulari all'entrata nasce dalla voglia di “semplificare” e di aiutare le persone a “rientrare in contatto” fra loro.
Anche da noi, si comincia ad assistere a qualche tentativo di regolamentazione della tecnologia mobile. Per esempio a Udine, dove da qualche mese il Comune ha lanciato la campagna per la diffusione di zone «cell free», anche negli esercizi pubblici, che vengono invitati ad esporre cartelli che recitano «locale libero da cellulare». In pratica, si chiede ai clienti di spegnere il cellulare o, almeno, silenziarlo.
Ora, non discuto che la presenza degli smart phone nei locali pubblici possa essere a volte seccante e intrusiva, e che l'educazione delle persone spesso difetti (in questo, come in moltissimi altri ambiti), ma mi colpiscono sempre gli inviti a rallentare l'utilizzo della tecnologia per favorire il ritorno a una presunta età dell'oro della comunicazione, come se il deterioramento dei rapporti personali dipendesse dal diffondersi dei cellulari o di qualunque altro strumento. Un po' come dire che se ci sono tanti morti sulle strade è perché circolano tante macchine, non perché i guidatori corrono o non rispettano il codice. Se esco a pranzo o a cena con qualcuno che, invece di darmi bada e attenzione, controlla i messaggi, le mail o le notifiche dei social network, non ritengo che la “colpa” sia dello smartphone che glielo consente, ma mi faccio delle domande sul rispetto che l'altra persona nutre nei miei confronti e su quanto gli interessi trascorrere veramente del tempo con me.
venerdì 17 agosto 2012
Una giornata al mare
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Anche in spiaggia, come ovunque, la cosa più interessante da osservare sono le persone e i loro giochi.
Anche in spiaggia, come ovunque, la cosa più interessante da osservare sono le persone e i loro giochi.
mercoledì 23 maggio 2012
I social media e la ricerca della relazione perduta
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Qualche tempo fa, mi è capitato di leggere un articolo di Alexandra Samuel, direttrice del Social + Interactive Media Centre presso l'Università Emily Carr di Vancouver, in Canada. In quel pezzo, a mio parere molto interessante e intitolato Own It: Social Media Isn't Just Something Other People Do, Samuel si interroga sulla natura delle conversazioni online. L'autrice cita un altro pezzo di Sherry Turkle apparso sul NYT, in cui la psicologa (ma anche docente presso il Massachusetts Institute of Technology e e autrice di un saggio che si intitola Alone Together) spiega con un certo allarmismo che viviamo ormai in un “universo tecnologico in cui comunichiamo di continuo, sebbene abbiamo sacrificato le conversazioni in nome di semplici connessioni”. E ancora. “Nel silenzio delle connessioni, le persone traggono conforto dal fatto di essere in contatto con un sacco di gente, che però viene attentamente tenuta alla larga”. Da dove nascerebbe questa nuova modalità di gestione dei rapporti sociali? Dal fatto che le relazioni fra essere umani sono complesse e richiedono impegno. La tecnologia, sostiene la Turkle, ci consente di “ripulire” la relazione, rendendola meno scomoda, più gestibile. In altre parole, la parte di vita che conduciamo online ci fa allontanare come persone, facendoci dimenticare quanto è complicato ma pieno di soddisfazioni l'incontro fisico con l'Altro. Chi segue preferibilmente questa via? I giovani, ovviamente, i cosiddetti “nativi digitali”, quelli per cui l'utilizzo della tecnologia è parte integrante della vita di ogni giorno. Non dell'online o dell'offline, della vita e basta.
Qualche tempo fa, mi è capitato di leggere un articolo di Alexandra Samuel, direttrice del Social + Interactive Media Centre presso l'Università Emily Carr di Vancouver, in Canada. In quel pezzo, a mio parere molto interessante e intitolato Own It: Social Media Isn't Just Something Other People Do, Samuel si interroga sulla natura delle conversazioni online. L'autrice cita un altro pezzo di Sherry Turkle apparso sul NYT, in cui la psicologa (ma anche docente presso il Massachusetts Institute of Technology e e autrice di un saggio che si intitola Alone Together) spiega con un certo allarmismo che viviamo ormai in un “universo tecnologico in cui comunichiamo di continuo, sebbene abbiamo sacrificato le conversazioni in nome di semplici connessioni”. E ancora. “Nel silenzio delle connessioni, le persone traggono conforto dal fatto di essere in contatto con un sacco di gente, che però viene attentamente tenuta alla larga”. Da dove nascerebbe questa nuova modalità di gestione dei rapporti sociali? Dal fatto che le relazioni fra essere umani sono complesse e richiedono impegno. La tecnologia, sostiene la Turkle, ci consente di “ripulire” la relazione, rendendola meno scomoda, più gestibile. In altre parole, la parte di vita che conduciamo online ci fa allontanare come persone, facendoci dimenticare quanto è complicato ma pieno di soddisfazioni l'incontro fisico con l'Altro. Chi segue preferibilmente questa via? I giovani, ovviamente, i cosiddetti “nativi digitali”, quelli per cui l'utilizzo della tecnologia è parte integrante della vita di ogni giorno. Non dell'online o dell'offline, della vita e basta.
mercoledì 16 maggio 2012
Twitter, Storify e le nuove narrazioni: una chiacchierata con jumpinshark
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Come si fa a raccontare storie in forme nuove e con nuovi linguaggi? Tema che credo stia a cuore a quelli fra noi che trascorrono molto tempo online e si chiedono come le nuove tecnologie stiano cambiando, oltre al nostro modo di vivere, anche il nostro modo di comunicare e narrare.
Gli approfondimenti non sono mai troppi, per cui ben vengano occasioni come quella promossa da 404: file not found, "rivista online di indagine, analisi, inchiesta, una comunità di under 30 che si è formata dando continuità ad esperienze di instant journalism createsi all’interno del movimento dell’Onda del 2008, all’università di Siena".
Si tratta di “Costruire storie: nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione”, un ciclo di incontri che si tiene a Siena fino all'8 giugno, presso l'Aula Magna della Facoltà di Lettere e filosofia, per riflettere insieme, dentro e fuori la rete, sui nuovi strumenti di narrazione, sul loro utilizzo e su ciò che ne può nascere.
Fra oggi e domani ci saranno il secondo e il terzo appuntamento. Oggi tocca a Vanni Santoni, Gregorio Magini ed eFFe; domani a jumpinshark e Flavio Pintarelli.
Mi interessa particolarmente quest'ultimo appuntamento, dal titolo “Nuovi linguaggi #2: twitter e lo storify”, realizzato in collaborazione con Lavoro culturale e pensato per discutere di Twitter, Storify e nuove pratiche di narrazione online.
L'iniziativa è molto interessante, per cui decido di chiedere via Twitter a @jumpinshark (presenza consolidata e misurata su Twitter, un blog interessantissimo e un lavoro pionieristico su Storify che tiene testa degnamente al miglior giornalismo tradizionale) se ha tempo e voglia di fare una chiacchierata sul tema dell'incontro. La risposta arriva subito e ci mettiamo d'accordo. Dopo diversi tentativi con Skype (dovuti ai miei limiti di connessione) riesco a raggiungerlo e quello che ne nasce è una chiacchierata molto lunga, piacevole e interessante. Cerco di restituirvene i passaggi che ho trovato più stimolanti. Come sempre, il problema sta nello scegliere cosa tagliare...
Come si fa a raccontare storie in forme nuove e con nuovi linguaggi? Tema che credo stia a cuore a quelli fra noi che trascorrono molto tempo online e si chiedono come le nuove tecnologie stiano cambiando, oltre al nostro modo di vivere, anche il nostro modo di comunicare e narrare.
Gli approfondimenti non sono mai troppi, per cui ben vengano occasioni come quella promossa da 404: file not found, "rivista online di indagine, analisi, inchiesta, una comunità di under 30 che si è formata dando continuità ad esperienze di instant journalism createsi all’interno del movimento dell’Onda del 2008, all’università di Siena".
Si tratta di “Costruire storie: nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione”, un ciclo di incontri che si tiene a Siena fino all'8 giugno, presso l'Aula Magna della Facoltà di Lettere e filosofia, per riflettere insieme, dentro e fuori la rete, sui nuovi strumenti di narrazione, sul loro utilizzo e su ciò che ne può nascere.
Fra oggi e domani ci saranno il secondo e il terzo appuntamento. Oggi tocca a Vanni Santoni, Gregorio Magini ed eFFe; domani a jumpinshark e Flavio Pintarelli.
Mi interessa particolarmente quest'ultimo appuntamento, dal titolo “Nuovi linguaggi #2: twitter e lo storify”, realizzato in collaborazione con Lavoro culturale e pensato per discutere di Twitter, Storify e nuove pratiche di narrazione online.
L'iniziativa è molto interessante, per cui decido di chiedere via Twitter a @jumpinshark (presenza consolidata e misurata su Twitter, un blog interessantissimo e un lavoro pionieristico su Storify che tiene testa degnamente al miglior giornalismo tradizionale) se ha tempo e voglia di fare una chiacchierata sul tema dell'incontro. La risposta arriva subito e ci mettiamo d'accordo. Dopo diversi tentativi con Skype (dovuti ai miei limiti di connessione) riesco a raggiungerlo e quello che ne nasce è una chiacchierata molto lunga, piacevole e interessante. Cerco di restituirvene i passaggi che ho trovato più stimolanti. Come sempre, il problema sta nello scegliere cosa tagliare...
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